Nel progetto fotografico Anello temporale: ricordi futuri, Urška Špende esplora il tempo come fenomeno circolare e stratificato e gli spazi che sembrano familiari, ma sono al tempo stesso lontani e irraggiungibili. La grana della risografia e i colori leggermente disallineati creano una sensazione di déjà-vu futuro: il ricordo di qualcosa che non è ancora accaduto.

L’artista

Urška Špende è una fotografa che ha sviluppato la propria ricerca nell’ambito degli studi in produzione multimediale. Si dedica attivamente alla fotografia dal 2020 e lavora nei campi della fotografia commerciale, documentaria, artistica e concettuale. Nelle sue opere esplora le relazioni tra luce, spazio, tempo e memoria, creando immagini che vanno oltre la semplice documentazione di un momento.

Testo curatoriale della dr. Mateja Palčič Puzzer

La mostra Anello temporale: ricordi futuri apre una riflessione sul tempo come fenomeno multidirezionale e circolare, che si estende a diversi livelli dell’esperienza. È una ricerca visiva sul tempo non lineare e sugli spazi liminali. Le fotografie non seguono una narrazione lineare, ma si presentano come frammenti di sensazioni che sfuggono a un momento preciso. Al centro ci sono luoghi che non sono né del tutto familiari né del tutto estranei: spazi di passaggio che si rivelano come possibili ricordi, non come testimonianze di una storia reale.

Nelle arti visive, gli spazi liminali si collocano sul confine tra due stati: non sono né qui né là. La documentarietà sfumata e la dimensione onirica richiamano la poetica fotografica di Hiroshi Sugimoto e Andreas Gursky. Questi luoghi agiscono come una zona intermedia tra realtà e finzione, come scenografie in attesa di un evento che forse non accadrà mai.

Corridoi, stanze vuote, angoli non illuminati e ampi paesaggi esterni sono rappresentati come punti in cui la logica del tempo si arresta. Alcuni luoghi sono riconoscibili con precisione, ma appaiono comunque come scenari possibili. L’antropologo urbano Marc Augé ha definito non-luoghi gli spazi anonimi e funzionali.

La mostra si richiama anche all’idea nietzschiana dell’eterno ritorno: il pensiero secondo cui i momenti non finiscono, ma ritornano e si trasformano. Le fotografie ne sono un’eco visiva. Non rappresentano l’unicità, ma la possibilità della ripetizione e della trasformazione.

Al centro della mostra c’è la sensazione di un déjà-vu futuro: la percezione di un’esperienza che il visitatore non ha ancora vissuto, ma che è già presente nel suo spazio percettivo. La memoria non riguarda il passato, ma qualcosa che deve ancora prendere forma.

La mostra mette in relazione fotografia e risografia. Quest’ultima non è soltanto una scelta tecnica, ma parte integrante del contenuto: la sovrapposizione dei colori, i lievi disallineamenti e la grana caratteristica creano una sensazione di ripetizione, eco e dimensione onirica.

Entrare nella mostra significa entrare in un anello temporale in cui la domanda quando non è più essenziale. Al suo posto emerge la domanda dove: dove ci troviamo in rapporto ai nostri ricordi, dove passa il confine tra interno ed esterno e dove si spezza il tempo.

dr. Mateja Palčič Puzzer

Curatela: Vesna Pajić e dr. Mateja Palčič Puzzer.
In collaborazione con l’Unità territoriale di Capodistria del Fondo pubblico della Repubblica di Slovenia per le attività culturali.
La mostra è visitabile fino al 23 novembre.

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